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LATest e-bulletin Settembre'26

8 set
Tempo di lettura: 20 min

EDIZIONE SPECIALE - APERTURA UFFICIALE DI LAT TAILANDIA SETTEMBRE 2026


Non fatevi sfuggire gli infiniti prodotti turistici innovativi messi a punto da LAT. Dal turismo lento ai tour lontani dalla folla, da un sistema agile di partenze modulari programmate in diverse lingue a pacchetti dedicati ad arte, architettura, attività all'aperto, esperienze, gastronomia ed istruzione, solo per citarne alcuni!


Tutte le nostre offerte includono un contributo ambientale @ LAT Climate Contribution, con tutte le emissioni calcolate e compensate attraverso progetti in collaborazione con Climate Partners.





Un popolo che non conosce la propria storia, le proprie origini e la propria cultura è come un albero senza radici.

Marcus Garvey


Tailandia, Rivisitata

La Tailandia certamente non è una destinazione nuova né un terreno fertile per nuove frontiere e scoperte. O forse sì?

Almeno, è ciò che abbiamo cominciato a chiederci qualche tempo fa. Da decenni, infatti, la Tailandia occupa un posto privilegiato nell'immaginario dei viaggiatori. Bangkok, Phuket, Chiang Mai, Koh Samui, così come le celebri spiagge, i templi e la cucina del Paese, sono familiari persino a chi non vi ha mai messo piede. Milioni di persone vi arrivano ogni anno, sostenute da un'industria turistica matura. Centinaia di migliaia di giovani impressionabili, e anche meno giovani, sono rimasti ammaliati dai suoi molti canti di sirena, alcuni finendo intrappolati nell'apparenza di un'esistenza facile, piacevole, quasi paradisiaca. Sotto quella superficie seducente, tuttavia, si nasconde un Paese molto più complesso, contraddittorio e difficile da decifrare della Tailandia pastellata che il turismo ha presentato al mondo per decenni.

Perché, allora, entrare oggi in Tailandia? Per LAT, le cui operazioni nel Paese iniziano ufficialmente nella prima settimana di settembre, la risposta risiede proprio in quell'apparente familiarità. A volte le destinazioni che crediamo di conoscere meglio sono proprio quelle che abbiamo smesso di osservare con attenzione. La Tailandia possiede una profondità culturale straordinaria, è composta da innumerevoli strati e, sotto molti aspetti, rimane ancora incompresa. Dietro le immagini familiari si cela un Paese plasmato da una storia peculiare, dalla religione, dalle superstizioni, dalle influenze induiste e dalle tradizioni animiste, dalle identità regionali, dalle migrazioni, dalla monarchia e dal commercio. È l'unico Paese del Sud-est asiatico a non essere mai stato formalmente colonizzato da una potenza europea, pur avendone subito da esse profonde influenze, fatto che ne ha segnato il senso di identità e continuità.

Ma la continuità non va confusa con la semplicità. La Tailandia moderna è stata plasmata anche da ripetuti colpi di Stato militari, da periodi di limitazione delle libertà politiche e da un complesso equilibrio tra monarchia, potere militare, interessi economici e una società in rapida trasformazione. Accanto allo sviluppo economico e a una delle industrie turistiche più sofisticate dell'Asia esistono realtà meno rassicuranti come profonde disuguaglianze, prostituzione, tratta di esseri umani ed economie illegali che compongono un panorama sociale ben più complesso di quanto suggerisca la consueta immagine della «Terra dei Sorrisi».

A un occhio attento e consapevole le contraddizioni emergono ovunque. Negli antichi templi che sorgono all'ombra di ultramoderni grattacieli, nel consumismo esasperato che convive con l'idea buddhista del distacco, nella straordinaria gentilezza sociale che si accompagna a una storia politica turbolenta, un brutale classismo e disuguaglianza sociale. Tradizione e modernità si sovrappongono, gentilezza e sfruttamento sociale s’intrecciano.

Forse è proprio questo a rendere la Tailandia affascinante: la sua apparente accessibilità nasconde un inquietante difficoltà a comprenderla davvero. Il turismo, inevitabilmente, ha semplificato parte di questa complessità. Le destinazioni di successo finiscono progressivamente per acquisire circuiti consolidati, escursioni familiari e narrazioni prevedibili. Ai viaggiatori viene mostrato ciò che è stato mostrato a generazioni di viaggiatori prima di loro, spesso con grande efficienza e professionalità. Non c'è nulla di intrinsecamente sbagliato in questo: i classici sono diventati classici per una ragione. Il Grand Palace non smette di essere straordinario perché milioni di persone lo hanno visitato, così come un antico tempio non perde il proprio significato perché compare in ogni guida turistica.

Io vengo da Roma e, credetemi, le orde di turisti che la invadono ogni anno non la rendono certo un luogo meno straordinario. La vera domanda è se Roma renda loro persone migliori, più curiose o culturalmente più consapevoli. Una destinazione non è semplicemente una raccolta di attrazioni. È, prima di tutto, la sua gente e la cultura che essa ha plasmato nel tempo, e soltanto dopo vengono le attrazioni che da quella cultura sono nate.

È qui che crediamo esista ancora spazio per essere pionieri, ed è qui che abbiamo deciso di metterci alla prova. Entrare in una destinazione matura non significa necessariamente riprodurre ciò che già esiste e competere per venderlo a un prezzo inferiore o confezionarlo in modo diverso. Può significare tornare alla destinazione stessa, studiarla di nuovo e chiedersi che cosa sia stato trascurato. Significa viaggiare oltre gli itinerari consolidati, comprendere comunità e paesaggi, riscoprire connessioni storiche e sviluppare percorsi che non esistono semplicemente perché nessuno si è ancora preso il tempo di crearli. È questo l'approccio che LAT intende portare in Tailandia.

Il nostro obiettivo non è la novità fine a sé stessa, sostituendo un'esperienza superficiale con un'altra, ma una vera innovazione, resa significativa dalla conoscenza che la sostiene. I nuovi itinerari dovrebbero rivelare qualcosa di concreto: una relazione storica, un'identità regionale, un legame con un Paese vicino, una tradizione culinaria, un paesaggio inatteso o un modo di vivere che permetta al viaggiatore di comprendere il Paese da una prospettiva diversa. È un lavoro che richiede qualcosa di sempre più prezioso nel turismo: intelletto umano e conoscenza messi all'opera.

Viviamo in un'epoca in cui la tecnologia può produrre un itinerario in pochi secondi. L'intelligenza artificiale può descrivere una destinazione, consigliare ristoranti, assemblare attrazioni e generare paragrafi persuasivi su luoghi che non ha mai visto. Utilizzate con intelligenza, queste tecnologie sono strumenti straordinari, e LAT fa ampio uso della tecnologia per migliorare i propri sistemi, accedere alle informazioni e servire i mercati in modo più efficiente, assicurandosi però che uno strumento rimanga uno strumento e che, soprattutto quando è potente, venga utilizzato con discernimento.

La crescente massa di materiale generato dall'IA che oggi circola online ha prodotto una quantità straordinaria di ripetizioni, approssimazioni e disinformazione. Lo chiamano “slop” a buona ragione. Chi se ne nutre dovrebbe fermarsi un momento e ricominciare a pensare, perché una destinazione non può essere compresa in questo modo. Quando le stesse informazioni vengono riprodotte, riscritte e riconfezionate all'infinito, ciò che appare come conoscenza può rapidamente perdere qualsiasi rapporto con l'esperienza reale. Nessun sistema artificiale può sostituire il percorrere personalmente un itinerario, ispezionare un albergo, trascorrere abbastanza tempo in un veicolo da capire se un programma funzioni davvero, parlare con una guida, incontrare un fornitore, assaggiare ciò che verrà servito, osservare come vive una comunità o scoprire che qualcosa descritto alla perfezione online è, sul posto, piuttosto diverso.

La nostra espansione in Tailandia rappresenta quindi molto più dell'aggiunta di un altro Paese al nostro portafoglio. È l'opportunità di applicare quella particolare filosofia di LAT a una delle destinazioni più consolidate dell'Asia, ed è proprio questo a rendere la sfida tanto stimolante. Per una volta lavoriamo su qualcosa che sembra familiare, aprendolo, esplorandolo in profondità e rendendolo nuovamente interessante attraverso la combinazione di tecnologia e conoscenza diretta. L'obiettivo finale è creare anziché replicare e offrire ai nostri clienti non semplicemente un’altra Tailandia in superficie, ma una Tailandia più profonda.

Abbiamo riflettuto abbastanza a lungo sull'idea che, forse, essere pionieri oggi non significhi più necessariamente arrivare per primi, ma anche, qualche volta, avere la volontà di guardare di nuovo con attenzione a ciò che abbiamo di fronte.


Siete più che benvenuti a vedere la Tailandia attraverso lo sguardo di LAT.


Fabio Delisi / CEO, LAT Group




Un Luogo Creato per Essere Ricordato

Ban Rak Thai si raggiunge dopo più di un'ora di tornanti, salendo verso montagne dove il freddo, in una regione abituata al caldo umido della pianura, arriva quasi come una sorpresa. Non ci sono aree coperte lungo la strada, e il primo contatto con il villaggio, per chi arriva in moto sotto la pioggia, è spesso una pensilina qualunque, appena superato il primo gruppo di case. Lo stesso riparo dove due ragazzi di diciotto anni, di ritorno da Mae Hong Son dove studiano durante la settimana, tornano ogni fine settimana verso casa. Per loro, quella parola porta un significato ereditato da generazioni prima ancora di essere capito fino in fondo.

A prima vista, Ban Rak Thai sembra un villaggio cinese finito per caso tra le montagne tailandesi: le insegne in caratteri cinesi, le case con l'architettura dello Yunnan, le sale da tè affacciate sul lago. E in un certo senso è proprio così, ma non per caso. Dopo la guerra civile cinese del 1949, i resti della 93ª Divisione del Kuomintang e le loro famiglie attraversarono le montagne verso sud, fino alle zone di confine tra Myanmar e Tailandia, convinti che prima o poi sarebbero tornati a casa. Quel ritorno non arrivò mai, e così iniziarono a costruirne una nuova, portando con sé quello che potevano: la lingua, la cucina, il modo di coltivare la terra, il ricordo di una provincia che i loro figli e nipoti avrebbero conosciuto solo per sentito dire. Non è un pezzo di Cina trapiantato in Tailandia, quanto piuttosto qualcosa di nuovo, nato dalla convivenza tra due mondi che qui non si limitano a coesistere fianco a fianco ma si mescolano nella quotidianità, nei piatti dei ristoranti, nel tè coltivato sulle colline, nel modo di parlare.

Il confine, quello vero, a Ban Rak Thai si attraversa spesso per motivi che con la geopolitica non hanno nulla a che fare. Su Google Maps, l'unica lavanderia della zona risulta dall'altra parte della frontiera, in Myanmar: una famiglia che per pochi baht lava, asciuga e stira in un paio d'ore. Attraversare un confine internazionale non per un visto o un viaggio, ma per lavare dei panni, è forse il modo più semplice per capire cosa significhi vivere in un luogo di frontiera. Per chi guarda una mappa, un confine è una linea netta; per chi ci abita accanto, è parte della quotidianità, qualcosa che si attraversa per lavoro, per necessità, per commercio, perché la vita delle persone non ha mai seguito con troppa disciplina le linee disegnate dagli stati. Al mattino, davanti a un caffè, c'è chi racconta ancora di sentieri di montagna e vecchie mulattiere per raggiungere il Myanmar senza passare dai controlli ufficiali, probabilmente le stesse vie usate per anni per traffici difficili da tracciare. Non conta quanto di quelle storie sia verificabile: conta che quelle montagne avevano una vita propria molto prima che una frontiera decidesse dove finisse un paese e ne cominciasse un altro.

Il villaggio si guarda meglio di sera, dai ristoranti cinesi affacciati sul lago, tra involtini di pasta sfoglia ripieni di maiale e le luci dei locali riflesse sull'acqua in un modo che sembra autentico, per quanto sia scivoloso questo aggettivo in un posto che è, per costruzione, la ricostruzione di un altrove. Al mattino il lago è spesso coperto di nebbia, che nel giro di un'ora lascia il posto a un cielo completamente azzurro, come se la pioggia della notte non fosse mai esistita. Ban Rak Thai resta così: un villaggio che non ha mai avuto davvero un posto a cui tornare, ma che nel tempo ne ha costruito uno tutto suo, tra le montagne sbagliate, con la stessa cura con cui altrove si costruisce una vera casa.




Un Cammino Solitario verso l'Aerobica all'Aperto

Quella che era nata come una modesta iniziativa di salute pubblica si è trasformata in uno dei fenomeni sociali più vivaci di Bangkok. Ogni giorno feriale, centinaia di persone, e in alcuni luoghi oltre un migliaio, si ritrovano nei parchi della città per partecipare a sessioni gratuite di aerobica all'aperto, dove esercizio fisico, musica e un forte senso di comunità si fondono insieme.

La recente impennata di popolarità è arrivata da una fonte inaspettata: Taeyong, membro del gruppo K-pop NCT, che ha partecipato a una sessione a Bangkok e successivamente condiviso l'esperienza sui social media. Il suo post ha fatto conoscere a una generazione più giovane una tradizione locale consolidata da tempo, trasformandola in una vera e propria tendenza cittadina legata al benessere.

Il fenomeno, tuttavia, va ben oltre l'attività fisica. Le ricerche suggeriscono che queste lezioni rispondano a un crescente bisogno di relazioni sociali in una società sempre più urbana e digitale. Un'indagine del 2025 ha rilevato che oltre l'80% delle persone in Tailandia sperimenta sentimenti di solitudine, particolarmente diffusi tra i giovani adulti e tra chi vive solo. Per molti partecipanti, le lezioni rappresentano quindi non soltanto un'occasione per fare esercizio, ma anche un'opportunità per creare nuove amicizie e ristabilire un legame con la propria comunità.

Il movimento ha attirato il sostegno sia del settore pubblico sia di quello privato. L'amministrazione metropolitana di Bangkok continua a organizzare le sessioni, mentre aziende tra cui CP Group, Samsung Electronics e Line Man hanno contribuito fornendo attrezzature e sponsorizzazioni, riconoscendo il valore di iniziative capaci di promuovere comunità più sane e maggiormente connesse.

Mentre la Tailandia continua il proprio processo di urbanizzazione e gli equilibri demografici si trasformano, l'aerobica all'aperto riflette una tendenza più ampia che interessa tutta l'Asia: il benessere viene sempre più inteso come l'insieme di salute fisica, equilibrio mentale e relazioni sociali significative. I parchi di Bangkok sono così diventati qualcosa di più di semplici luoghi dove fare esercizio: sono spazi d'incontro nei quali le persone rafforzano non soltanto il proprio corpo, ma anche il senso di appartenenza a una comunità.



L'OSSERVATORIO - Appunti e osservazioni del personale chiave di LAT


Memorie di un Bonobo Saltellante

Di Giulio Siracusano / Sales & Marketing Manager

"Tu hai paura di non essere amato?"

"No. Ho paura di non riuscire ad amare."

Risposi di getto, dopo pochi istanti senza fermarmi a riflettere, di pancia. Giorni dopo, pensandoci, ho capito che non era vero per niente. Perché io amo. Ho amato e continuo ad amare profondamente. Amo la mia famiglia, e ogni tanto mi sorprendo ancora della fortuna che ho avuto nel crescere in una famiglia così unita, dove l’amore non è mai stato qualcosa da dimostrare ma qualcosa che semplicemente esisteva, naturale come l'aria. Amo i miei amici. Ho amato donne. E sull'amore tra coppie ho sempre avuto una teoria, forse ingenua, forse semplicemente mia: c'è quasi sempre uno che rincorre e l’altro che si lascia rincorrere. Chi rincorre soffre, spesso molto. Chi viene rincorso vive con tranquillità, ma a volte con una strana sensazione di vuoto, come se mancasse quella forza travolgente che soltanto l'amore riesce a generare; ed è nelle rarissime occasioni in cui questa distanza si annulla che nasce qualcosa di straordinario.

Non so se sia davvero così. So però che esiste un’altra forma di amore che spesso non viene considerata abbastanza da essere definita tale. L’amore per i luoghi. Perché sì, credo che si possano amare profondamente anche i luoghi, e che in certi casi sia più difficile smettere di amare un luogo che una persona, perché per deluderci davvero, devono cambiare radicalmente fino a perdere quella identità che li aveva resi nostri. Ma, a pensarci bene, non amiamo mai davvero un luogo per quello che è. Amiamo ciò che abbiamo vissuto al suo interno, le persone con cui l’abbiamo vissuto e le versioni di noi stessi che sono esistite soltanto lì.

Io, per esempio, mi sono innamorato perdutamente di Bangkok. E ogni volta che ci torno succede la stessa cosa: Nel momento esatto in cui metto piede fuori dall'aeroporto sento qualcosa che si muove dentro di me, da qualche parte tra lo stomaco e il petto. È una sensazione difficile da spiegare, quasi viscerale, come se la città riuscisse a raggiungere un luogo preciso dentro di me e a ricordarmi un qualcosa di indefinito che inconsciamente avevo dimenticato. Sono sicuro che tutti abbiamo provato questa stessa sensazione almeno una volta nella vita. A me piace definirla “come quando ti ride il cuore”; non è pura gioia o eccitazione, è un misto di queste due, mescolate con l’essere grati di trovarsi esattamente lì, esattamente in quel preciso momento.

Con Bangkok mi succede proprio questo. Perché Bangkok è stata testimone del periodo più intenso della mia vita: Il lavoro, le amicizie, le prime responsabilità, esperienze mai vissute prima, una cultura potente e onnipresente, il modo di vivere thailandese, quel meraviglioso sabai sabai che sembra riuscire a rallentare ed estendere il tempo.

Io sono sempre stato convinto di avere poca memoria. Probabilmente perché per molti anni ho vissuto un po' come un bonobo saltellante, passando velocemente da una cosa all'altra, fermandomi spesso alla superficie degli eventi e delle relazioni, senza concedermi il tempo di osservarle davvero, di analizzarle, di farmi domande e cercare delle inesistenti risposte. Credo sia qualcosa che appartenga a molti di noi, ma la differenza la fa il momento in cui ce ne rendiamo conto.

Eppure di Bangkok ricordo tutto. Ricordo ogni desiderio, ogni emozione, ogni scoperta. A volte mi tornano in mente a caso immagini improvvise di quel vissuto, senza alcun motivo apparente. Dei veri e propri fotogrammi nitidi, a colori, come se qualcuno avesse tagliato una sequenza di frame di un film che esiste soltanto nella mia testa. E probabilmente è proprio questo il punto. Ricordiamo davvero soltanto ciò che abbiamo amato. E forse, amare, significa permettere a qualcosa di lasciare un segno abbastanza profondo da sopravvivere al tempo.

Esistono luoghi nei quali non vogliamo tornare una seconda volta. Abbiamo paura che il presente rovini il ricordo. Che il locale abbia chiuso. Che la strada sia cambiata. Che la magia fosse soltanto nostra.

Con Bangkok, invece, in me questa paura non esiste. Anzi. Ogni volta che torno, quella sensazione si ripresenta identica, con lo stesso magnetismo, la stessa attrazione inspiegabile. Rientra in quella categoria rarissima di luoghi che sembrano appartenere più al cuore che alla geografia.

Amo osservare il Wat Arun illuminato nella notte dall'altra sponda del fiume.

Amo mangiare kor moo yang e riso seduto sugli sgabelli di plastica rossi sul ciglio della strada.

Amo perdermi tra le vie della Old Town e imbattermi casualmente in un tempio nascosto dietro un vicolo qualsiasi.

Amo attraversare la città sui battelli pubblici che risalgono i canali e osservarne la vita lenta che li popola.

E amo allo stesso modo la frenesia di Chinatown, il rumore, le luci, gli odori, il caos perfettamente organizzato.

Amo lo skyline osservato da un rooftop bar. La vita notturna. La musica dal vivo. L'incredibile scena jazz della città. L'arte.

Potrei restare per ore semplicemente ad osservare il Chao Phraya scorrere davanti a me.

Ma il punto non è Bangkok. Il punto è che forse riesco a continuare ad amare tutto questo soltanto perché in quel periodo della mia vita ho amato profondamente anche il modo in cui stavo vivendo, le persone che avevo accanto e la persona che stavo diventando. Per questo oggi credo che la risposta a quella domanda fosse sbagliata. Non ho paura di non riuscire ad amare. Al contrario, credo che il più grande privilegio che abbiamo sia proprio la capacità di amare qualcosa abbastanza da ricordarlo per sempre.

Perché non è possibile amare la propria vita ogni singolo giorno, ma è importante amare il più possibile durante il tempo che ci viene concesso. Perché se si ama, rimane il ricordo. E se rimane il ricordo, allora si può dire di avere una vita degna di essere vissuta.


“Mientras uno esté vivo, uno debe amar lo más que pueda.”

— Bad Bunny.




Tante buone ragioni per lavorare con LAT

Fondata nel 1991.

Di proprietà e gestione indipendente.

Interamente B2B con partner del settore turistico.

Sistema di prenotazione online con conferma immediata di hotel, tour e trasferimenti.

Lunga esperienza nel settore MICE. ​​ Personale di prenotazioni competente ed efficiente. Pienamente impegnati nella CSR.​

Accesso diretto a un vasto network di collaboratori professionisti locali.

Prenotazioni e pagamenti centralizzati per tour multi-destinazione.

Ampia selezione di partenze di gruppo programmate e modulari. Cinque boutique hotel di proprietà.

Proprietaria di uno yacht di lusso Phinisi.

Contributo Climatico per tutti i pacchetti e servizi offerti.

Applicazione LAT con itinerari ed informazioni aggiornati (Apple e Play Store).

Assistenza 24/7 in 4 lingue diverse.



IL CANTASTORIE

Il Dugongo e la Medusa

Un uomo siede in riva al mare a Phuket e osserva un piccolo schermo su cui si muove una piccola sagoma sotto la superficie dell’acqua: un dugongo, enorme erbivoro che vive nelle calde acque costiere che si estendono dall'Africa orientale all'Australia, compresi il Mar Rosso, l'Oceano Indiano e il Pacifico. I dugonghi sono imparentati con i trichechi ai quali assomigliano sia nell'aspetto sia nel comportamento, anche se la coda del dugongo è biforcuta, simile a quella di una balena. Entrambi sono inoltre lontani parenti dell'elefante, sebbene questo gigantesco animale terrestre sia, per aspetto e comportamento, completamente diverso. Il dugongo che l’uomo osserva fa parte di un gruppo che si è spostato da Trang a Phuket alla ricerca di qualcosa che nel suo habitat originario è diventato sempre più difficile trovare: le praterie di fanerogame marine. Il suo ambiente è cambiato e così il dugongo ha cambiato destinazione. Ha attraversato il mare perché doveva adattarsi. C'è qualcosa di quasi assurdamente semplice in tutto questo: il dugongo non si aspetta che sia il mare ad adattarsi a lui. Forse potremmo imparare qualcosa. Il dugongo attraversa il mare per adattarsi a un nuovo ambiente. Il turista attraversa il mondo aspettandosi che sia l'ambiente ad adattarsi a lui. Naturalmente, non si tratta di rinunciare alle comodità, mangiare cibo locale a ogni pasto o fingere che una vacanza di due settimane richieda la capacità di adattamento di una spedizione. Il problema è altrove. Sta nella nostra capacità, o incapacità, di comprendere il luogo per il quale abbiamo viaggiato così lungo per raggiungere. Per esempio, un viaggiatore può arrivare a Kuala Lumpur sapendo esattamente dove andare a mangiare. Il ristorante ha migliaia di recensioni, una valutazione quasi perfetta e magari una fila all'ingresso che è diventata parte dell'esperienza stessa. Sa che cosa ordinare, quale aspetto dovrebbe avere il piatto e, con ogni probabilità, anche come dovrebbe apparire in fotografia. Ma sa perché ha quel sapore? Perché proprio quegli ingredienti? Perché quelle combinazioni? Quanto di ciò che si trova nel piatto deriva dallo straordinario intreccio di influenze malesi, cinesi, indiane, peranakan e di altre culture che hanno plasmato la Malesia nel corso delle generazioni? Quanta parte della storia di un Paese può essere racchiusa in qualcosa di semplice come un piatto? Il pasto può essere eccellente. La fotografia perfetta. Eppure il viaggiatore può andarsene sapendo ben poco di ciò che ha appena mangiato.

Ancora, lo stesso può accadere davanti a un tempio. Un viaggiatore può sapere esattamente quando visitare Wat Arun, dove posizionarsi per trovare la luce migliore e come evitare la folla. Può conoscerne il nome, averne salvato la posizione sul telefono e aver visto centinaia di fotografie prima ancora di mettere piede a Bangkok. Ma perché è stato costruito proprio lì? Chi lo ha costruito? Che cosa rappresentava? In che modo religione, politica e storia lo hanno plasmato? E che cosa significa oggi per le persone che vivono intorno a esso? Hanno visto il tempio. Ma ne hanno compreso qualcosa? Sapere che cosa si sta guardando non significa necessariamente vederlo e comprenderlo. E il contesto non si trova soltanto nei libri di storia. È nel modo in cui le persone si parlano, in ciò che considerano educato o scortese, nel modo in cui le famiglie mangiano insieme, nei rapporti tra le generazioni, nella percezione del tempo e nelle cose a cui le persone attribuiscono valore, che temono o che semplicemente danno per scontate. Sono aspetti più difficili da fotografare. Non compaiono necessariamente in una lista delle «10 cose da non perdere». Non si possono prenotare in anticipo e raramente ricevono una valutazione a cinque stelle. Forse è per questo che il viaggiatore contemporaneo assomiglia talvolta più a una medusa che a un dugongo. Una medusa percorre grandi distanze, ma lo fa soprattutto lasciandosi trasportare dalle correnti. E anche noi abbiamo le nostre correnti: abitudini, aspettative, algoritmi, gusti familiari, idee familiari di comfort e convinzioni precostituite su come un luogo dovrebbe essere. Possiamo attraversare gli oceani restando sorprendentemente vicini al punto da cui siamo partiti. Possiamo trascorrere due settimane in un altro Paese senza mettere mai seriamente in discussione il modo in cui le persone che vi abitano guardano il mondo. Possiamo fotografare i minatori di zolfo dell'Ijen, a Giava, senza chiederci che cosa esista nelle loro vite oltre i confini dell'inquadratura, che cosa li riporti ogni giorno dentro il cratere o che cosa significhi guadagnarsi da vivere in condizioni tanto estreme. Possiamo catturare l'immagine senza mai cercare di comprendere la realtà che si cela dietro di essa. Un mercato diventa uno sfondo, un tempio una curiosità architettonica, un'usanza locale qualcosa di esotico da osservare. Anche dopo aver trascorso giorni immersi in un'altra cultura, è possibile continuare a guardare il mondo quasi esclusivamente attraverso la lente della nostra. Eppure è proprio qui che il viaggio può offrirci qualcosa di diverso. Il suo vero valore può cominciare quando incontriamo qualcosa che non comprendiamo immediatamente, assaggiamo qualcosa che non siamo sicuri ci piacerà o scopriamo che ciò che a noi sembra strano ha perfettamente senso all'interno di un'altra cultura. I momenti più preziosi sono quelli che ci ricordano che il nostro modo di fare le cose non è l'impostazione predefinita del mondo. Adattarsi a un nuovo ambiente può significare semplicemente permettere al luogo che abbiamo raggiunto di modificare, anche solo un poco, il nostro modo di pensare. Lasciare che la sua storia, le sue abitudini, le sue contraddizioni e il suo modo di vedere il mondo mettano in discussione alcune delle nostre convinzioni. Non necessariamente cambiare ciò che siamo, ma tornare a casa con una comprensione leggermente diversa del mondo che credevamo di conoscere. I dugonghi di Phuket si sono spostati perché il loro ambiente è cambiato. Hanno seguito ciò di cui avevano bisogno e si sono adattati al luogo in cui lo hanno trovato. Noi viaggiamo per ragioni diverse. Ma forse, ogni tanto, dovremmo fare qualcosa di simile. Perché c'è una differenza tra attraversare il mondo e lasciarsi davvero alle spalle il nostro piccolo mondo. E forse, dopotutto, la domanda non è quanto lontano abbiamo viaggiato. È quanto del luogo che abbiamo attraversato abbia viaggiato con noi al ritorno.




IN EVIDENZA

Loy Krathong

Il Festival delle Luci torna in Tailandia questo novembre. Il Parco Storico di Sukhothai, Patrimonio dell'Umanità UNESCO, ospiterà il Loy Krathong and Candle Festival dal 15 al 24 novembre, considerato da molti la celebrazione più suggestiva dal punto di vista storico, ambientata tra rovine di templi secolari e accompagnata da un grande spettacolo di luci e suoni.


Wat Phra Mahathat, Patrimonio dell'Umanità

Recentemente il Comitato del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO ha iscritto il Wat Phra Mahathat Woramahawihan, nella provincia di Nakhon Si Thammarat, nella lista del Patrimonio Culturale dell'Umanità. Si tratta del nono sito thailandese riconosciuto dall'UNESCO e del primo sito culturale del Sud del Paese a ottenere questa designazione. Attivo fin dall'VIII secolo come importante centro buddhista regionale, il tempio richiama da secoli pellegrini che avvolgono drappi votivi attorno al suo imponente stupa, alto 78 metri. La Tourism Authority of Thailand ha lanciato una campagna annuale, The Twelve Sacred Discoveries, invitando i visitatori a scoprire il patrimonio buddhista ancora vivo del sito e aprendo così una nuova prospettiva culturale sul Sud della Tailandia, tradizionalmente associato soprattutto alle sue spiagge.


Bangkok Art Biennale

La quinta edizione della Bangkok Art Biennale, Angels and Mara, si terrà dal 29 ottobre 2026 al 28 febbraio 2027, trasformando templi, musei e spazi pubblici della città — tra cui Wat Arun, Wat Pho e il Bangkok Art and Culture Centre — in luoghi dedicati all'arte contemporanea. Il programma comprende oltre 40 artisti thailandesi e internazionali, chiamati a esplorare i temi della luce, dell'oscurità e della trasformazione attraverso alcuni degli spazi più riconoscibili di Bangkok.


Tomorrowland Approda in Tailandia

Tomorrowland Thailand si terrà a Wisdom Valley, nella provincia di Chonburi, dall'11 al 13 dicembre 2026, in collaborazione con il Governo thailandese e la Tourism Authority of Thailand. I 150.000 biglietti disponibili per l'edizione inaugurale sono andati esauriti in meno di un'ora dall'apertura delle vendite generali, prima ancora che venisse annunciata la lineup. La località, situata a circa due ore da Bangkok, è stata scelta tra diverse candidate in tutto il continente, estendendo così la presenza del festival oltre gli appuntamenti già esistenti in Europa e Sud America.


Tailandia per Osservare le Stelle

Conosciuta da sempre per le sue spiagge e i suoi templi, la Tailandia sta silenziosamente sviluppando una nuova tipologia di destinazione: il cielo notturno. Il NARIT, l'istituto astronomico nazionale, sta collaborando con la Tourism Authority of Thailand per sviluppare siti dedicati all'osservazione delle stelle in sette province — Chiang Mai, Nan, Khon Kaen, Loei, Surat Thani, Ratchaburi e Songkhla — selezionate per la loro distanza dall'inquinamento luminoso delle città. Più che aggiungere un'altra tappa agli itinerari esistenti, l'iniziativa apre la strada a una Tailandia più lenta e rurale, da vivere dopo il tramonto e lontano dai circuiti più conosciuti del Paese.


Le Ferrovie Tailandesi oltre Bangkok

La Tailandia sta silenziosamente riscoprendo il viaggio in treno. Un nuovo servizio giornaliero, Bangkok Connex, collega oggi il terminal centrale della capitale ad Ayutthaya al prezzo di un caffè, trasformando l'antica capitale in una semplice escursione giornaliera anziché in una tappa separata dell'itinerario. Guardando più lontano, stanno prendendo forma progetti per veri e propri servizi notturni verso Kanchanaburi, Hua Hin e il confine meridionale: quel tipo di viaggio in cui il percorso conta quanto la destinazione. Per un Paese la cui mobilità turistica si è a lungo sviluppata attorno agli aeroporti, è un cambiamento piccolo ma significativo: Bangkok come porta d'accesso al resto della Tailandia, non come ultima tappa prima di proseguire altrove.


Tutta la nostra offerta per viaggiatori individuali e di gruppo, nonché per il mercato MICE, è basata su un programma di contributo climatico. Ciò significa che una parte delle emissioni di gas serra che verranno generate viene compensata da progetti in collaborazione con Climate Partner, uno dei principali fornitori di soluzioni per la protezione del clima per le aziende.

 

Le emissioni generate vengono compensate sostenendo un progetto di conservazione forestale certificato da terze parti in Indonesia. Questa iniziativa svolge un ruolo fondamentale nella protezione dell’habitat degli oranghi in pericolo critico di estinzione, preservando al contempo la biodiversità e mantenendo importanti pozzi di assorbimento del carbonio. Prevenendo la deforestazione e promuovendo un uso sostenibile del suolo, il progetto contribuisce a ridurre le emissioni di CO₂ e sostiene la resilienza a lungo termine degli ecosistemi indonesiani.


Da oltre trent'anni, Lotus Asia Tours fornisce servizi e assistenza ai viaggiatori di tutto il mondo, specializzandosi nella progettazione e realizzazione di eventi aziendali, attività, tour incentive e viaggi motivazionali, mirati ai mercati FIT, GIT e MICE, in Indonesia, Malesia, Singapore e Tailandia. Il gruppo gestisce anche cinque boutique hotel in Indonesia, a Lombok, Bali, Sulawesi, Papua e Maluku, oltre a uno yacht di lusso a vela con sette cabine.


Non vediamo l'ora di sapere come potremmo contribuire a rendere il vostro prossimo viaggio, tour o evento memorabile e di successo.


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D-5-4 Megan Avenue 1, 189 Jalan Tun Razak, 50400 Kuala Lumpur, Malaysia

T: +60 (0)3 21617075 · E: latgroup@lotusasiatours.com



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